Chiara Faggella e Anna Maria Azzini
Un viaggio nella storia del Made in Italy della moda dal secondo dopoguerra a oggi, con la storica Chiara Fagella e la ricercatrice Anna Maria Azzini. Si analizza come l'Italia sia diventata un brand globale, partendo dall'artigianato fiorentino e dagli eventi di Giovanni Battista Giorgini. Oggi il Made in Italy affronta sfide di trasparenza delle filiere, sostenibilità e necessità di recuperare la prossimità territoriale e il valore dell'artigiano.
Capitoli
- 00:00Introduzione a MITA is a virus
- 00:39Presentazione ospiti e tema Made in Italy
- 01:37Come nasce la reputazione della moda italiana
- 02:48Manifattura artigianale e boom industriale
- 04:12Percezione attuale del Made in Italy
- 05:08Lezioni dalla storia: filiere corte e prossimità
- 07:01Scoperte sulla biografia di Giovanni Battista Giorgini
- 09:08Cosa conservare e cosa lasciare del passato
- 10:17Digitalizzazione archivi e miti della moda
- 12:01Sfide della rilocalizzazione produttiva
- 13:34Numeri della filiera toscana e saluti
Trascrizione 25 passaggi
Mita is a virus, culture, storie e innovazioni nella moda, a cura di Mita Academy in collaborazione con l 'Università degli Studi di Firenze. Benvenuti e benvenuti a questo nuovo episodio di Mita is a virus, culture, storie e innovazioni nella moda. Il nostro programma, come sapete, è a cura di Mita Academy in collaborazione con l'Università degli Studi. studi di Firenze. Vi ricordo che MITA è l 'istituto tecnologico superiore che forma tecnici altamente qualificati per la filiera della moda e veniamo subito alle ospiti di oggi. La
prima è Anna Maria Azzini, salve, lei è una dottoranda di ricerca dell 'Università degli Studi di Firenze, dottoranda in fashion design e Chiara Fagella. Chiara Fagella è una storica della moda, una docente della Syracuse University. Allora oggi parliamo qualcosa che ci sembra che sia molto comune nelle nostre orecchie parliamo del made in italy ora qualsiasi prodotto qualsiasi consumo che si consideri di qualità è made in italy sappiamo che ormai non è più così però sappiamo anche che c'è una storia alle spalle quindi vogliamo
ricostruire quello che è stato e quello che è ora e quello che potrà essere chiara faggiano ha scritto un libro becoming couture che parla proprio non solo dell'evoluzione ma anche di come è potuto accadere che dal secondo dopoguerra fino a oggi lo stile e la qualità italiana nella produzione sono diventati un brand. Ma è stato così fino dall'inizio? No, infatti è una storia interessante proprio per quello, perché l 'Italia non aveva una reputazione di nazione con un grosso bagaglio culturale di moda,
con una reputazione di avere dei creatori indipendenti. originali per il design di moda quindi interessante vedere come ci siano stati diversi professionisti diverse aziende diversi brand che più o meno tutte nello stesso periodo hanno carpito proprio il senso storico del momento hanno capito che con l 'occupazione francese e diciamo una reputazione della francia che stava un po calando negli occhi dei buyer internazionali di moda l 'italia poteva entrare in gioco dei prodotti che fossero a un prezzo più conveniente rispetto a quello della Francia
e da un punto di vista del del design usare una freschezza un pochino un pochino diversa che poi si venne a configurare con la moda boutique cioè un intermezzo fra la couture e il pret -à -porter che poteva essere offerto da appunto degli artigiani e delle artigiane molto vivaci in quel periodo noi parliamo sempre di abilità manifatturiera di artigianali ma nel periodo del boom industriale quanto ha contato la trasformazione anche dei processi produttivi, quelle che noi oggi chiamiamo filiere?
Allora, nel periodo in cui io più che altro ho fatto ricerca, quindi fra la fine degli anni 40 e la metà degli anni 50, all 'inizio c 'è una grossa crisi della manifattura, perché comunque questi piccoli laboratori, che erano gestiti da poche persone, una persona oppure quella persona, e la sua famiglia erano in grosse difficoltà proprio per la fine della guerra con il fatto che era difficile approvvigionare materiali, era difficile avere licenze di importazione di materiali che venissero dall 'estero, però piano piano con l 'aiuto anche di organizzazioni non profit e una in particolare
che era un conglomerato di interessi italiani e statunitensi si poté per ravvivare questa lavorazione artigianale che poi era fondamentale nell 'industria della moda, perché comunque l 'attività della moda fino almeno agli anni 70 è stata prevalentemente artigianale, quindi piccoli laboratori di poche persone che lavoravano su dei batch di prodotti piuttosto ristretti. Anna Maria Azzini, lei ha un 'attività che la porta spesso a contatto con la produzione industriale.
Ma c'è una percezione corretta del Made in Italy attualmente? Si sa che cosa è stato e come siamo arrivati qui? Oppure è soltanto delegare ad altre produzioni? Eh, questa è una domanda complessa, ma sicuramente quelli che sono anche i recenti fatti di cronaca riguardo la filiera del Made in Italy hanno colpito anche consumatori su tutti i prodotti. i livelli quindi è stato siamo in un momento di forte trasformazione anche proprio della
percezione del made in italy che non è uguale anche da tutte le parti del mondo pertanto forse sul panorama italiano stiamo assistendo un po una sorta di disillusione anche rispetto ai giovani designer che si approcciano a queste grandi a queste grandi maison anna maria ma dalla storia Made in Italy, cosa impariamo? Impariamo che se osserviamo il passato rispetto al presente ci sono alcune pratiche dinamiche che erano proprie del Made in Italy prima che ora forse
necessitano di essere recuperate proprio nel momento di dover affrontare questa transizione sia dal punto di vista della sostenibilità sia ambientale che sociale, quindi riprendere la prossimità territoriale, le filiere corte controllate. mentre oggi assistiamo a un Made in Italy molto più diffuso che spesso diventa in alcuni punti una sorta di foresta nera dove i raggi del sole non passano più attraverso e quindi capitano anche i recenti tristi scandali di brand blasonati del
Made in Italy che appunto corrispondono a questa foresta nera, momento in cui... la filiera non è più riuscita a essere trasparente, tracciata e pertanto il Made in Italy deve un po' recuperare questa dimensione di territorialità. Vorrei a questo proposito fare una domanda chiara, ovvero siccome è da tanti anni che ti occupi specificatamente del Made in Italy, della storia del Made in Italy e anche un po' come collega studiosa e ricercatrice, spesso quando si affronta a molti problemi,
in profondità un argomento a un certo punto si pensa di non riuscire più a trovare niente e invece noi come ricercatori cerchiamo sempre di continuare a investigare che cosa è successo nell'occasione della stesura di questo libro se sono emersi episodi che ti hanno stupito che non ti aspettavano che magari sì che hanno un po cambiato la prospettiva magari anche allora sicuramente la prima cosa che ho imparato facendo ricerca è il fatto che C 'è una persona che viene normalmente citata come il padre della moda italiana che è Giovanni Battista Giorgini, quindi a Firenze si sa benissimo, che però spesso e volentieri è molto
soltanto appiccicato all 'idea dell 'evento dell 'Italian High Fashion Show. Quello che ho scoperto è che Giorgini aveva una biografia professionale ricchissima, un imprenditore veramente a tutto tondo che ha cercato di trovare degli sviluppi. e degli agganci per promuovere il Made in Italy, non soltanto nella moda, anzi la moda è arrivata dopo per lui, in maniera veramente brillante. La seconda cosa è che appunto è sempre legata a questo momento, siamo attaccati al fatto che, non attaccati, però ci è stato tramandato che la
moda italiana comincia nel 51 con la prima sfilata a Palazzo Torrigiano in Firenze. In realtà quello che ho scoperto è che ci sono stati molti eventi. Non necessariamente collegati tra loro, quindi non sistematizzati come industria della moda italiana che sono avvenuti anche prima e soprattutto con la volontà di imprenditori e professionisti e professioniste negli Stati Uniti. Quindi la volontà di provare a importare già una moda italiana, addirittura nel 49 ci fu una collezione di Italian Couture a Detroit che è passata in città.
ordina perché comunque ha avuto pochissima fortuna, non era stata ben progettata, il pubblico soprattutto non era pronto e quindi è stato però uno dei momenti in cui c 'è stato un tentativo di provare a portare il made in Italy negli Stati Uniti, però è vero anche che c 'erano stati altri tentativi già negli anni venti, l 'Italia esportava già, non c 'era una sistematizzazione del made in del paese italiano. Oggi però in un mondo, in un mercato globale, gli Stati Uniti sono solo uno
dei mercati possibili e tra l 'altro non uno di quelli non particolarmente facili. Abbiamo questo patrimonio che continuiamo a citare ma che spesso dimentichiamo. Allora, cosa possiamo tenerci nella storia del Made in Italy e cosa invece dobbiamo lasciare perché i tempi non sono più quelli perché le tecnologie... portano da un'altra parte questa è una domanda che faccio a tutte e due perché vedo che avete due prospettive diverse chiara cosa pensa lei di questa cosa allora io credo che la cosa da
sicuramente da lasciare nel passato sono le rivalità fra i brand ma anche le rivalità fra gli istituti e gli organismi che si occupano di promuovere la moda italiana e il made in italy in generale perché questa è una cosa che c 'era nel passato e purtroppo a volte c 'è ancora la cosa che mi porterai dietro che quello di cui parlava Gianna Maria è la filiera corta che esisteva già prima e che deve essere protetta perché deve essere protetta sia per diciamo promuovere la qualità e la rilevanza del made in Italy ma anche a livello sociale per proteggere le categorie di lavoratori e lavoratrici che sono fondamentali per questo tipo di industria.
Chiara lei ha lavorato su tantissima documentazione che spesso è dimenticata polverosa sta nei cassetti abbiamo già parlato. in una precedente trasmissione della digitalizzazione degli archivi, quanto è importante anche come patrimonio, come bene culturale. Lei però, sapendo che la moda, il concetto di moda, la percezione di moda vive molto dei miti, è riuscita a trovare qualcosa che sfata in positivo o in negativo dei miti della moda o abbiamo una storia abbastanza lineare? No, secondo me la ricerca storica sulla moda che si sta facendo negli ultimi anche vent
'anni. Questo parte proprio da quello, dall 'idea di sfatare i miti e di ampliare la narrativa storica in una maniera che includa sempre più voci, più prospettive. Io per esempio, sicuramente non sarà un mito, però nella mia ricerca ho scoperto che le nuove collezioni che Salvatore Ferragamo riuscì a fare nel 1947 per i suoi clienti nei department store negli Stati Uniti vennero aiutati da questa organizzazione non propria. italo -americana che operava con una sede a firenze tramite una figura abbastanza dimenticata della della storia della moda italiana che era mario vannini parenti
molto conosciuto nella storia fiorentina però non si sapeva benissimo che avesse avuto un ruolo così importante anche nei legami sia con gli stati uniti ma anche nell'avanzamento della produzione di salvatore ferragamo che anche egli era già ben connesso anna maria sempre tornando dall'altra industriale in un momento nel quale i brand sono concentrati in pochissime mani due o tre grandi gruppi economico finanziari industriali e la produzione sempre più decentrata ma è un mito
quello di pensare di riportare la produzione in italia e gestire le filiere sul territorio da una parte è un 'impresa molto complessa perché tornare indietro rispetto già di un sistema consolidato e complesso la transizione La transizione richiederà molto tempo e soprattutto anche politiche che accompagnino questa transizione. Sicuramente c 'è anche da trovare le giuste tecnologie per accompagnarla e anche nelle tecnologie che ci permettono di tracciare anche appunto fornitori lontani nel mondo.
Chiaramente cercare di riportare tutto il più vicino possibile nella prossimità sarebbe la cosa. cosa migliore sia in termini di tracciabilità della filiera sia anche nei termini di sostenibilità ambientale e anche sociale perché dobbiamo anche recuperare questo proprio il recupero del valore della persona dell 'artigiano che appunto Mita cerca di formare tutti i giorni e lo fa anche con successo direi quindi gli artigiani che non è solo un operatore della filiera ma è
una persona che incorpora dei know -how. Quindi questi vanno sì protetti, come diceva anche Chiara, però le filiere insomma hanno per forza la necessità di ridursi e delle tecnologie come il blockchain permettono una tracciabilità molto serrata dove appunto la foresta nera di cui parlavo prima inizia a districarsi e far passare appunto un po' di luce. E se vogliamo fare qualche numero si può ricordare che per esempio in Toscana la filiera della moda ha circa 130 .000 occupati, quindi stiamo parlando di una parte importante
del prodotto interno lordo di questa regione, ma ci torneremo. Io ora devo salutare le mie ospiti, vorrei trattenerle ancora ma dobbiamo chiudere. Allora grazie a Chiara Faggella, storica della moda, docente della Syracuse University, grazie per essere stata con noi e grazie a Anna Mariazzini che è una dottoranda. di ricerca in fashion design dell'Università degli Studi di Firenze. Io vi ricordo che tutti i programmi MITA sono rivedibili e ascoltabili sui nostri canali cross -mediali e sul canale dedicato MITA su ControArio .it. Grazie per essere stati con noi, alla prossima!
MITA is a virus, un programma di Sara Maggi. I contenuti dell'attività di divulgazione sono stati prodotti da Elisabetta Cianfanelli, Paolo Franzo e Filippo Maria di Spagna. dell 'Università degli Studi di Firenze, finanziato dall 'Unione Europea Next Generation EU con i fondi PNRR.