Monica Titton e Filippo Maria Disperati
Monica Titton, sociologa e ricercatrice, racconta il legame tra colonialismo italiano (1880-1943) e la moda, partendo dalla collezione dell'ex Museo Coloniale di Roma. Emerge la storia dell'artigianato nelle colonie, come la scuola di Tripoli dove bambine libiche creavano manufatti tessili. Una riflessione su come questa eredità influenzi ancora oggi la globalizzazione e le pratiche produttive della moda.
Capitoli
- 00:00Introduzione
- 01:06Monica Titton e il colonialismo italiano
- 03:16La collezione dell'ex Museo Coloniale
- 05:08Artigianato e scuole nelle colonie
- 06:54La storia di Nedima D'Affar
- 09:50Eredità coloniale e globalizzazione
- 13:03Trasferimento tecnologico e nuove pratiche
- 15:26Conclusioni
Trascrizione 28 passaggi
Mita Isavirus, culture, storie e innovazioni nella moda, a cura di Mita Academy in collaborazione con l 'Università degli Studi di Firenze. Bentrovati e bentrovati a questo nuovo episodio di Mita Isavirus, culture, storie e innovazioni nella moda. Vi ricordo che questa trasmissione è a cura di Mita Academy in collaborazione con l'Università degli Studi. di Firenze. L 'ITS Meet Academy è l 'istituto tecnologico superiore che forma tecnici altamente qualificati per il mondo della moda. Allora oggi ancora siamo con Filippo, ben trovato,
bentornato. Salve a tutti. Devo ricordare che Filippo Maria Disperati viene dall'Università degli Studi di Firenze, ci sta accompagnando in questo nostro viaggio di esplorazione nelle cose meno conosciute anche del mondo della moda e devo dire meno superficiali. Infatti l'ospite di quest'oggi è in collegamento. da Vienna. Siamo in collegamento con Monica Titton, sociologa, ricercatrice, docente universitaria. Benvenuta Monica. Salve, grazie per l 'invito. Allora Monica, oggi parliamo di un campo di
ricerca che potremmo ritenere molto particolare e che invece è estremamente legato a quello che è il mondo della produzione della moda contemporanea, ovvero lei si occupa di un periodo molto preciso Il periodo coloniale italiano è come in questo contesto la moda, la manifattura, lo stile, l 'artigianato sono stati influenzati e condizionati in un momento che noi spesso riteniamo che sia legato soltanto al ventennio fascista, ma in realtà il periodo delle colonie italiane è iniziato intorno al 1880. Che cosa è successo in un periodo così lungo rispetto alla produzione e
rispetto a... anche a questioni diciamo più estetiche, più legate allo stile. Allora è stata proprio questa la mia curiosità iniziale che mi ha portato a intraprendere questa ricerca perché anch 'io appunto ero sorpresa dal fatto che le uniche tracce sulla connessione diciamo fra colonialismo e moda erano quelle che trovavo nelle riviste di moda soprattutto pertinenti al biennio fascista. Poi però c 'è stata una nella mia ricerca che mi ha aiutato a capire piano piano quali possono essere le risposte a questa
domanda e cioè la scoperta della collezione dell 'ex museo coloniale di roma che ora custodito al museo delle civiltà a roma perché è stato poi trasferito in questo in questo museo l 'ex museo coloniale custodisce una collezione di manifatture di manufatti tessili, di borsette, di scarpe, di pellicce, di guanti, di pelle, che sono stati fatti vedere al pubblico durante le mostre coloniali.
Queste mostre coloniali sono esistite in Italia durante il periodo coloniale, quindi partendo già negli anni Ottanta del Novecento fino poi alla fine del periodo coloniale italiano che è appunto finito nel Quarantatré. Ed è sottato questa collezione che aveva il nome della mostra campionaria permanente, questa collezione merceologica che mi ha fatto capire che in effetti c 'erano tanti oggetti semplicemente che davano anche delle risposte sull 'esistenza di queste connessioni. Quindi anche se il periodo coloniale italiano non è
stato un periodo particolarmente proficuo a livello economico, come per esempio... i progetti coloniali dell 'Inghilterra, della Francia, del Portogallo e della Spagna che ovviamente hanno avuto un periodo lunghissimo di 500 anni nel caso del Portogallo e della Spagna però hanno comunque avuto qualche spunto anche di profitto economico bensì molto piccolo quindi le colonie italiane sono state sfruttate anche da imprenditori tessili e artigiani ma anche imprenditori
della moda appunto per sfruttare le risorse che questi coloni potevano appunto dare e forse la novità di questa ricerca è che questa collezione del museo coloniale non era accessibile al pubblico fino a pochi anni fa, è stata resa accessibile al pubblico solo dal 2021 in poi e quindi adesso iniziamo a partire proprio da questi oggetti per porre nuove domande. e potessi anche ottenere nuove prospettive su questa storia. Bene, Monica, tu parlavi di artigianato ed è proprio la domanda che io volevo farti,
cioè l 'influenza che l 'artigianato ha avuto durante il periodo coloniale italiano, quindi questo scambio che c 'è stato, quindi proprio di artigiani italiani che hanno reperito alcuni materiali o comunque lo scambio che c'è stato anche tra, nelle industrie tessili per esempio. Vorrei sapere da te magari qualche spoiler, qualche caso particolare legato a questo rapporto. Sì, Filippo, qua mi piacerebbe raccontare la storia della scuola di istruzione di lavoro per alunne musulmane di Tripoli in Libia
e raccontare la storia di un oggetto particolare che era l 'unico, uno dei pochi nella collezione dell 'ex museo coloniale che avevano il nome di un'artigiana africana. di una bambina libica che frequentava questa scuola, che è Nedima D 'Affar. Questo era il nome su un piccolo cartellino attaccato a un gilet che è stato cucito in questa scuola e che ci fa capire che appunto ci sia stata anche un 'educazione e un tentativo di portare l 'istruzione
nelle materie artigianali in Libia. La scuola è stata fondata nel 1911. 1898 ancora durante il periodo dell 'occupazione ottomana dal 1911 in poi quando la Libia appunto viene occupata dagli italiani anche la direzione della scuola viene affidata a personale italiano e in questo caso le bambine che frequentavano queste scuole erano bambine musulmane ma anche ebree che erano diciamo povere o anche avevano perso i genitori
E quindi il loro futuro era stato poi affidato a questa educazione nella scuola di Tripoli. La direzione poi dal 1934 in poi è stata affidata a un artigiano sardo, Melchiorre Melis, un pittore sardo e ceramista che si è trasferito in Libia, a Tripoli, e ha tentato di costruire un linguaggio pan mediterraneo nell 'educazione di questa... Quindi di unire linguaggio visivo sardo a quello che lui poi ha trovato soprattutto in Tunisia perché ha fatto dei viaggi in Tunisia per
trovare lì delle maioliche e poi insegnare questa diciamo questa fusion trans -mediterranea alle alunne libiche. Però allo stesso tempo va detto ovviamente che l 'intenzione e anche la programmazione di questa scuola era con... dominata da una ideologia coloniale che voleva sopprimere ogni tipo di educazione teorica per queste alunne proprio per non dare a loro lo strumento magari di conoscenza e quindi anche
di potenziale resistenza a questo dominio coloniale. Questo oggetto per me è allo stesso tempo affascinante perché è cucito a mano ed è di una maestria. secondo me è molto elevata e quando l 'ho visto dalla mia prospettiva di teorica della moda ho pensato, visto che c 'è un nome, il nome di una creatrice e visto che è stato fatto a mano è quasi come un oggetto di couture e mi sono chiesta appunto perché l 'etichetta moda viene
data a determinati manufatti ma non ad altri e chi è nella posizione di determinare appunto quando una pratica viene vista come artigianale e quindi folcloristica meno protetta o quando appunto viene definita moda quindi frutto di un ingegno individuale e anche protetta a livello proprio di diciamo proprietà intellettuale e creativa e questo Questa storia, diciamo questa piccola biografia di questo oggetto per
me aiuta a sottolineare anche l 'importanza proprio di considerare la voce ma anche il contributo degli artigiani e delle artigiane non solo come figura invisibile dietro il termine savoir faire ma proprio come persone e come corpi, come mani che appunto formano e... fanno questo, trasmettono il savoir faire e quindi devono essere anche rispettate, devono essere rese visibili e devono essere protette. Nel caso delle alunne di questa scuola di Tripoli sappiamo che ci
sono stati anche degli abusi da parte dei direttori poi italiani in questa scuola, queste bambine non avranno più giustizia però possiamo renderle giustizia dando un nome appunto a questa scuola e anche a questa creatrice, Nedima da fare. Ecco quello che lei ci racconta ci fa arrivare abbastanza facilmente ai giorni nostri perché penso di dire qualcosa di non certo difficile se dico che c 'è un filo scuro che collega l 'eredità coloniale con la globalizzazione e quindi con le modalità di produzione nella
moda che sono così intrecciate con il concetto di globalizzazione oggi dal suo punto di vista di soluzione. Quali sono le nazioni, i luoghi, le forze dominanti che dovrebbero dedicarsi a una riflessione importante su questa relazione tra l 'eredità coloniale e delle modalità di produzione legate alla globalizzazione? Penso che lo debbano fare assolutamente tutte le nazioni occidentali che erano partecipi alla globalizzazione. metà del Novecento. Poi per parlare
diciamo della storia della moda che viene insomma vista nascere a metà del Novecento con Charles Faddy Quartz. Tutta la globalizzazione anche solo del commercio del cotone, se pensiamo appunto la coltivazione del cotone negli Stati Uniti, reso possibile grazie alla tratta degli schiavi transatlantica ma anche a poi lo soffruttamento delle lavoratrici di lavoratori nelle fabbriche di Manchester. Se pensiamo anche poi allo sfruttamento delle
risorse naturali dobbiamo pensare a proprio una rete vera e propria transnazionale globale di commercio con le pelli esotiche o con le pellicce in generale che ha connesso veramente tutto il globo dal Canada alla Russia ma anche poi all 'Africa con le pelle esotiche come per esempio quelle di Leopardo, di Dick Dick, di Gazella e quindi veramente non... ce n 'è una di azienda che non dovrebbe appunto esaminare la sua storia ma anche il suo presente e per parlare diciamo in un linguaggio anche femminista mi piace più utilizzare delle parole
volte diciamo verso la gioia, la politica della gioia come pratica di resistenza come dice Federici quindi mi piace pensare che questo movimento di decolonizzazione sia anche un movimento di di arricchimento, di condivisione, di approfondimento e di revisione per rendere la storia della moda più profonda e più complessa e in questa storia della moda le condizioni materiali della produzione non possono essere tralasciate con la scusa che non siano importanti perché lo sono sempre state e lo sono anche tuttora. Forse è un pledoyer più politico che scientifico però
effettivamente è una pe... livello alla considerazione di questi aspetti della storia proprio come componente portante anche della storia della moda. E Monica qua mi viene da, non posso non chiederti, ogni progetto di ricerca scientifica ha una vocazione di trasferimento tecnologico del proprio portato, per cui parlando di globalizzazione di marchi oggi, come anche la ricerca che stai portando avanti essere calata e puoi indicare come dire una progettazione diversa
secondo te non so se questa cosa tu l 'hai toccata pensata però come dire io vedo molto una vocazione di trasferimento no del tuo sapere della tua ricerca verso anche le produzioni contemporanee sì assolutamente io ho un'idea molto chiara su questa cosa però molto individuale nel senso che penso a quello che può essere la mia impronta su questo discorso ma anche sulle pratiche degli stilisti con cui lavoro qui all 'università e cioè di insegnare
a loro l 'importanza della conoscenza del contesto delle immagini e questo è un argomento che ho fatto tante volte che mi piace anche sempre ripetere che la pratica ancora molto Comune sia nelle case di moda ma anche forse all 'università è quello di avere un mood board o uno sketchbook con tante immagini messe insieme senza però dare un contesto all 'immagine, senza conoscere il contesto storico, politico, culturale, forse anche religioso, il significato di quello che uno usa poi per costruirne qualcosa di nuovo.
Secondo me è il semplice ma complicato atto. di cercare veramente su ogni singola immagine la referenza e la bibliografia, il contesto di produzione, l 'anno, l 'autrice, l 'autore, il significato, questo può già dare più profondità, quindi forse ridurre la massa e quantità di immagini che vengono utilizzate per poi diventare ispirazione e concentrarsi forse su meno immagine ma conoscerne veramente.
il significato e poi da questo lavoro di ricerca dare spazio a nuove idee e sono convinta che sia questa la direzione da prendere perché il riciclo di cliché e la pigrizia, anche la fretta nel creare secondo me non sono più sostenibili e penso che vedremo delle cose molto più profonde, più belle, più significative. se si lavora così anche se mi rendo conto che
il ritmo della moda è diverso è più veloce e anche forse più istintivo più spontaneo però ci tengo a dire che questa secondo me è una conseguenza di questo atto di decolonizzazione e allora ringraziamo Monica Titton ricercatrice, docente universitaria ci ha chiamato oggi da Vienna per raccontarci della sua ricerca di come l'eredità coloniale oggi si rifletta ancora nella globalizzazione nei tutti i vari comparti produttivi del mondo della moda. Grazie per
essere stata con noi. Grazie a voi. E grazie a Filippo ci rivedremo ancora e vi ricordo che tutti i nostri prodotti, tutti i nostri format cross mediali sono rivedibili e riascoltabili sul canale Mita su Controradio. Grazie per essere stati con noi, alla prossima!