Gina Monaco e Filippo Maria Disperati

19 maggio 2026 · 16 min

Gina Monaco, performer e fondatrice del collettivo Kinkaleri, racconta l'incontro tra performance e moda in una dimensione interdisciplinare. Si esplora il ruolo del corpo come superficie di identità, le collaborazioni con università e marchi di moda, e come la performance trasformi le passerelle in atti collettivi che superano l'estetica tradizionale.

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Capitoli

  1. 00:00Introduzione
  2. 00:47Kinkaleri: performance interdisciplinare e moda
  3. 03:16Il rapporto con la formazione universitaria
  4. 06:52Il corpo nell'era digitale
  5. 09:42Collaborazioni con marchi di moda
  6. 12:10Esperienze italiane: Rizzo, Marni e altri
  7. 15:24Conclusioni
Trascrizione 28 passaggi

Mita Isavirus, culture, storie e innovazioni nella moda, a cura di Mita Academy in collaborazione con l 'Università degli Studi di Firenze. Bentrovata e bentrovata a questo nuovo episodio di Mita Isavirus, culture, storie e innovazioni nella moda, la trasmissione cross mediale a cura di Mita Academy in collaborazione con l'Università degli Studi. di Firenze. L 'ITSM IT Academy, ricorderete, è l 'istituto tecnologico superiore che forma tecnici altamente qualificati nel mondo della moda. Allora oggi ritroviamo Filippo, bentornato.

Bentornati a tutti quanti. E troviamo Gina Monaco, performer e fondatrice di Kinkaleri. Grazie dell'invito. Dunque Gina, fondatrice di Kinkaleri, a suo tempo collettivo di danza, siamo alla metà degli anni 90, Ho detto a suo tempo perché quasi da subito King Caleri ha subito trovato una dimensione interdisciplinare, ha attraversato il teatro danza, la musica, le arti visive, la performance. La performance è il territorio sul quale vi siete incontrati con la moda, introducendo anche un 'idea di performance un po' diversa da quella che noi spesso in maniera

limitante pensiamo, ovvero se c 'è moda e c 'è performance. Parlando essenzialmente di una dimensione estetica e solo estetica. No, direi anzi che sempre di più questi confini sono molto più stretti e molto più vicini. Negli ultimi anni abbiamo visto come queste esperienze si sono notevolmente avvicinate, anzi sono entrate uno dentro l 'altro e sempre di più ne hanno bisogno avvicente in questo senso. Allora, mi parlavi appunto di un'attitudine di King Caleri che è sempre... stata a Fintomino Adesso quello di attraversare i linguaggi, quello di modulare ogni volta rispetto

al progetto, rispetto alla situazione, il metodo e anche l 'opera che scaturiva da questo lavoro. Quindi in ogni caso questa attitudine di ogni volta ridefinire le situazioni, gli ambienti e l 'ambito progettuale è sempre stato quello che ci ha aiutato ad affrontare diverse situazioni e diversi progetti. Sicuramente parlare di moda per noi non era così complesso anche se in realtà non era esattamente quello che per noi era la nostra ricerca ma sicuramente considerando poi la moda come qualcosa che è

un atto di una performance così come vestirsi può essere sicuramente il primo atto performativo che noi facciamo sicuramente avevamo estremamente tante vicinanze che poi in diverso e abbiamo un po' elaborato in delle esperienze, mantenendo sempre un dialogo molto attivo tra questi due contesti. Gina, io ti volevo chiedere il rapporto di King Caleri con la formazione, anche perché io qua rappresento l 'università in qualche modo e so che King Caleri ha lavorato moltissimo nel contesto universitario

per quanto riguarda la performance, nell 'insegnamento. degli aspetti legati all 'arte performativa ma anche nella moda. La nostra esperienza in ambito universitario è stata abbastanza articolata, cioè questo risale da almeno 13 -14 anni fa e ha trovato delle collaborazioni estremamente diverse. Diciamo che la prima collaborazione con l'università, e qui mi riferisco allo UAB di Venezia, è stato proprio nell 'ambito della moda dove in realtà in

un corso di studio era una pratica. anche un modo di vedere insomma diciamo il percorso formativo venivano coinvolti degli artisti a dare uno sguardo se l 'ultima parte di lavoro degli studenti e poi venivano assolutamente coinvolti nella creazione di un luogo dove in realtà poteva essere raccolto tutto il lavoro quindi diciamo le sfilate.

singoli di tutti gli studenti che avevano il corso magistrale quindi diciamo un impegno anche abbastanza che aveva un certo impatto e anche una certa responsabilità diciamo. Trovo questa scelta molto anche giusta e molto che guardava veramente in una dimensione estremamente interessante. Uno perché veniva praticamente nella prima fase cercato agli stessi studenti in cui il rapporto diventava personale. trasmettere alcune questioni cioè legate quindi a pratiche formative oppure anche sulla questione

fisica del corpo come campo di raccolta di identità di strutture di affetti di simbolismi in cui in realtà fare una riflessione ulteriore di come l 'abito doveva essere mostrato e quale corpo era più adatto in qualche modo se creare delle situazioni di raccordo di contrasto, quindi tutta questa parte qui era quasi più singola e più riferito allo studente. L 'altra parte invece era quella di apparecchiare un luogo che in qualche modo

raccogliesse tutte le sfilate degli studenti dell 'ultimo anno e per fare questo effettivamente avevamo introdotto una metodologia che per me era molto interessante perché venivano coinvolti. tutte le altre parti anche dell 'università quindi la sezione architettura per la scelta del posto per l 'allestimento del posto la parte di comunicazione la parte di arti visive la parte anche legate alla performance che loro stessi partecipavano alla performance quindi in realtà si creava un contenitore dove confluivano tutta una serie di aspetti

e si guardava quindi come alla sfilata finale come una grande grande performance indagata e sviluppata secondo più punti di vista e questo è diventato qualcosa di estremamente significativo per gli studenti, cioè era quasi per me commovente vedere la cura e l 'intensità che i ragazzi riuscivano a dare e penso che anche questo continuo travassamento di esperienze, di confronte fosse estremamente generativo per loro. Le sfilate infatti diventavano

quasi un momento collettivo. dove confluivano tutte le varie discipline e che quindi venivano riconosciute come un momento estremamente proprio ed estremamente appunto importante per tutti gli studenti. Questo lo trovo un metodo che più di una volta abbiamo percorso. Altra questione all 'interno di questa questione addirittura veniva anche invitato un artista che doveva in qualche modo avere... Una relazione anche con tutto il sistema quindi con l 'ambiente che era stato creato

e in qualche modo doveva collocare la propria opera all 'interno e anche questo era un aspetto molto interessante perché in realtà nello stesso momento in qualche modo c 'erano diversi punti di vista che coincidevano che facevano parte di questa moltitudine. Al centro di tutto questo sempre Il corpo, lo spazio, l 'abito e qualcosa di fisico. Entra invece noi ora stiamo vivendo l 'era digitale. Nell 'era digitale perfino la tridimensionalità sembra qualcosa di piatto. Come vive lo spazio e il corpo dentro

a una dimensione tutta digitale? Questa è una grande domanda e anche quello che più viene un po' ci si confronta quando specialmente sulle nuove generazioni in più ambiti. Siamo molto più abituati, specialmente le nuove generazioni, a lavorare su un bidimensionale, quindi la tridimensionalità è sempre qualcosa che a volte crea anche un po' di panico perché bisogna abitare i corpi, bisogna mollarli, bisogna spostarli nello spazio e questo ogni volta pone una serie di questioni che forse molto spesso vengono appunto ridotte a un bidimensionale che lavora su effetti.

su situazioni che invece rispondono molto di più a un 'immagine, a un essere pronto, quindi parlavo prima anche dell 'idea del corpo, che questo è invece un punto, specialmente con i ragazzi e nei corsi universitari mettiamo molto in evidenza, cioè come in realtà il corpo è una superficie che raccoglie tutta una serie di tensioni ed è una superficie e se in realtà diciamo che il vestito è qualcosa che è un linguaggio del corpo allora forse bisogna rivolgersi al corpo come questione fondamentale io lo dico anche proprio come una necessità

dei nostri tempi perché penso che sempre di più bisogna ridare una tridimenzialità e bisogna ridare una serie di corporeità che invece un po abbiamo dimenticato per cui costruire identità nuove per cui costruire alleanze nuove costruire quindi situazioni dove sul corpo vengono iscritte anche dei rapporti a volte di forza a volte di alleanze a volte di anche di contrasti che in qualche modo vanno messi in

evidenza anche su una questione di appartenenza anche su una questione di appunto esserci in quel modo e quindi questo è un qualcosa che forse il digitale non è ma che forse dovremmo riprenderci di grande riflessione a mio avviso. Beh Gina questa questione del corpo a me fa pensare all 'ultima mostra del Costume Institute del Metropolitan di New York che è proprio sul corpo e che coinvolge tutta una serie di marchi di moda all 'interno con quelle collezioni anche molto recenti e quindi

volevo chiederti il rapporto che King Caleri ha avuto ed ha con marchi di moda dall 'aspetto nell 'aspetto performativo della presentazione delle collezioni? Sì, diciamo che più di una volta oltre l 'esperienza di formazione abbiamo più di una volta raccolto degli inviti su dei marchi oppure su dei progetti di intervenire su progetti della moda. Quel tipo di richiesta è una richiesta che in qualche modo un po' cambia rispetto alle situazioni, a volte ci si chiede proprio di costruire un'estetica.

senso e quindi di pensare non solo alla collocazione, al modo, allo spazio, altre volte invece il nostro intervento è più collogato rispetto ai corpi appunto e al movimento e alla presenza che in qualche modo vengono date ai corpi all 'interno di una dimensione, quindi e lì si lavora con dei perimetri diciamo un po' più circoscritti e quindi il nostro lavoro è sempre un po' più meno libero per però più diciamo che riguarda sia il tempo e sia proprio la postura che il corpo deve prendere rispetto a quelle richieste e questo marchio.

Naturalmente chi si rivolge a noi è sempre qualcosa che cerca un 'apertura da quel punto di vista, perché si tratta sempre di un progetto che ha una visione anche più aperta, quindi non strettamente legata al mercato e non strettamente legata a un 'ottimizzazione del prodotto. Quindi accetta con noi anche il rischio di condividere anche un modo e un tempo di fruizione della performa o della presentazione o di uno stage o di una cosa che è diverso e che in qualche modo è frutto anche di una riflessione e di un progetto molto più articolato.

Beh rispetto alla collaborazione con Marchi di Moda secondo me è anche importante Gina toccare alcune... esperienze italiane interessanti per esempio mi viene in mente francesco risso ex direttore di marni e come dire la sua collaborazione con michele rizzo no oppure se vogliamo spostarci dall 'italia per andare una dimensione più internazionale animof con barberi quando il

direttore creativo era riccardo tisci ecco come vedi questa collaborazione collaborazione di artisti e artiste italiane con il mondo della moda, con questo tipo di marchi, sono state incisive? Secondo te possono essere incisive? Che opinione ti sei fatto? Sono dei mondi diversi? Sì, penso che questo tipo di collaborazione negli ultimi anni è diventata sempre più intensa, cioè di sempre di più la moda e la parte performativa, così come il mondo

dell'arte contemporanea. hanno trovato sempre più artivisive, hanno trovato sempre più delle alleanze molto più strette anche perché ogni volta specialmente nelle passerelle si costruiscono quindi delle zone di sperimentazioni che in realtà attraversano tanti livelli e quindi c 'è bisogno di mettere insieme tutta una serie di visioni e di mondi in questo senso. Anzi vediamo molto più spesso che anche lo stesso desiderio. In realtà costruisce il proprio mondo nell 'ambiente, a volte invertendo

in cui l 'abito diventa quasi, per presentare quell 'abito diventa necessario quell 'ambiente lì, dando proprio una connotazione, un 'identità molto più definita. Mi riferisco anche a esperienze di design molto importanti che in realtà costruiscono proprio una passerella come una grande performa che ingloba tanti livelli. di più in questo senso. Citavi invece il caso di Michele Rizzo che invece è proprio un performer ed è un coreografo e in questo caso diciamo sono esperienze in cui come in quel caso con Marni il

suo lavoro si è molto concentrato sui modelli e le modelle che non erano solo modelli diciamo che il corpo non era più la superficie su cui appoggiare il vestito ma diventavano proprio dell'identità con un'identità. propria corporeità con una propria postura con un proprio modo di essere in cui il vestito era una continuazione del proprio essere quindi con un modo e con una consapevolezza diversa in quel caso invece il lavoro che era molto interessante era sul tempo una arrarefazione del tempo nel

modo della performa che faceva apparire l 'abito in tutt 'altra visione quindi insomma si partì da un rallentamento che poi via via si intensificava dividendo la parte dei modelli con la parte proprio di performance quindi si creava veramente un ambiente molto molto diciamo che conteneva soggettività e identità estremamente diversi e quello era molto interessante come tipo di esperimento comunque penso che effettivamente sempre di più ci troviamo a decifrare a vedere

anche situazioni passerelle o opportunità dove abbiamo bisogno quindi di una visione molto più allargata da questo punto di vista. Allora oggi abbiamo parlato di non convenzionalità, abbiamo parlato di spazio, di corpi, di moda e di come un atto performativo esce spesso dallo spazio limitato di una performance per pervadere un po' tanti ambiti dei quali noi cerchiamo ogni settimana di dare. conto e di esplorare insieme. Soprattutto oggi grazie a Gina Monaco, performer e fondatrice

di King Caleri, grazie a Filippo e come al solito noi ci rivedremo molto presto perché io vi ricordo che tutti i nostri format sono rivedibili e riascoltabili sulla canale Mita di Controradio.it. Alla prossima! Sono stati prodotti da Elisabetta Cianfanelli, Paolo Frangio e Filippo Maria Disperati dell 'Università degli Studi di Firenze, finanziato dall 'Unione Europea Next Generation EU con i fondi PNRR.